Luisa Piccarreta (1865-1947)

Ecco un’altra grande e pur nascosta figura di vittima di espiazione, consumata sull’altare quotidiano del proprio letto di dolore, portando sul proprio corpo una sofferenza, che le precluse le gioie della cosiddetta felicità terrena, ma per rivelarle le gioie più gratificanti, della vita dello spirito unito con Dio.
Luisa Piccarreta nacque a Corato (Bari) il 23 aprile 1865, quarta delle cinque figlie di Vito Nicola Piccarreta e Rosa Tarantini. Trascorse la sua fanciullezza e adolescenza in una masseria agricola, di cui il padre era fattore, situata al centro delle Murge, in località Torre Disperata.
Ricevette la Prima Comunione e Cresima a nove anni e da quel momento imparò a rimanere in preghiera per ore intere; a undici anni si iscrisse all’Associazione delle Figlie di Maria.
Verso i tredici anni ebbe la visione di Gesù, che portando la Croce sulla via del Calvario e alzando gli occhi verso di lei, pronunziò: “Anima, aiutami”. Da allora si accese in lei un desiderio insaziabile di patire con Gesù le sue sofferenze, per la salvezza delle anime; a 16 anni fece il voto di offrirsi come vittima di espiazione.
Iniziarono per lei quelle sofferenze fisiche, dovute alle stimmate invisibili e agli attacchi del demonio, che aggiunte a quelle spirituali e morali, la portarono a vivere con eroismo le virtù cristiane.
Luisa per ricevere conforto ed aiuto per superare queste prove così sofferte, si rivolgeva con la preghiera alla Madonna. Subì fenomeni particolari, di cui il più eclatante fu quello che era soggetta ad una rigidità cadaverica, anche se dava segni di vita e non esistevano cure che potessero risolvere questa indicibile pena.
La famiglia si rivolse alla scienza medica, ritenendo questi fenomeni una malattia, ma come detto senza successo e allora fu interpellato un sacerdote, provvisoriamente ritornato nella sua famiglia, l’agostiniano padre Cosma Loiodice, il quale recatosi dall’inferma, tracciò un segno di croce su quel corpo immobile, che fra la meraviglia dei presenti, fece riacquistare all’inferma le sue normali funzioni.
Partito il padre agostiniano, ogni giorno veniva chiamato un sacerdote qualsiasi, che con un segno di croce la riportava alla normalità. Non fu compresa da tutti, anzi gli stessi sacerdoti la consideravano una ragazza esaltata, una nevrotica che voleva attirare l’attenzione degli altri su di sé.
Una volta la lasciarono in quello stato cadaverico per più di venti giorni; tutto questo era cominciato da quando si era offerta come vittima d’espiazione e ogni mattina al risveglio si trovava rigida, immobile, rannicchiata sul suo letto e nessuno riusciva a stenderla o farle fare qualche movimento; solo il segno della croce del sacerdote, riusciva a sbloccarla.
Non aveva un direttore spirituale, perché Gesù le parlava interiormente, correggendola e conducendola verso le vette più alte della perfezione cristiana. Quest’avvenimento non poteva passare inosservato, per cui una volta informato l’arcivescovo di Trani, mons. Giuseppe Bianche Dottula (1848-1892), avocò a sé il caso, delegando un confessore speciale per Luisa Piccarreta, nella persona di don Michele De Benedictis, il quale con la sua prudenza e saggezza, impose alla ragazza di Corato, dei limiti per cui non poteva fare niente senza il suo consenso; le ordinò di mangiare almeno una volta al giorno, anche se subito rimetteva il cibo ingerito.
Luisa doveva vivere solo della Divina Volontà. Padre Michele dal 1° gennaio 1889 le diede il permesso di rimanere a letto, dove rimase seduta per 59 anni, fino alla morte, ininterrottamente.
Il nuovo arcivescovo di Trani, mons. De Stefano (1898-1906) delegò come nuovo confessore di Luisa, don Gennaro De Gennaro, che lo fu per 24 anni. Questo sacerdote, intuendo il lavorio interno di Dio su quest’anima, le ordinò categoricamente di mettere per iscritto, tutto ciò che la Grazia Divina operava in lei.
Nonostante che avesse frequentato solo la prima elementare, Luisa Piccarreta cominciò il 28 febbraio 1899 a scrivere il suo diario, che consiste in un manoscritto raccolto in 36 volumi. L’ultimo capitolo fu scritto il 28 dicembre 1938, quando le fu ordinato di non scrivere più.
Ebbe dopo i primi due, altri due confessori sempre delegati dalla Curia arcivescovile, l’ultimo don Benedetto Calvi le fu vicino fino alla morte. All’inizio del Novecento incontrò sant’Annibale Maria Di Francia (1851-1927) un fondatore di Congregazioni di Messina, il quale fu suo confessore straordinario e censore dei suoi scritti, che venivano regolarmente esaminati ed approvati dalle autorità ecclesiastiche.
Sant’Annibale curò la pubblicazione dei suoi vari scritti, tra i quali ebbe successo il libro “L’orologio della passione”, stampato in cinque edizioni, le fece scrivere nel 1926, pure un quaderno di “Memorie d’infanzia”.
Il 7 ottobre 1928, si completò la costruzione a Corato della Casa delle suore della sua “Congregazione del Divino Zelo” e per adempiere al desiderio del fondatore (nel frattempo morto nel 1927 a Messina), Luisa Piccarreta fu trasferita in quel convento.
Dieci anni dopo tre dei suoi scritti furono messi all’Indice; quando seppe della condanna del sant’Uffizio, Luisa si sottomise subito al giudizio dell’autorità della Chiesa, consegnando all’incaricato romano tutti i diari manoscritti (ed oggi ancora conservati negli archivi vaticani) e riprovando lei stessa ciò che le veniva condannato negli scritti pubblicati.
Inoltre il 7 ottobre 1938, esattamente dopo dieci anni dalla sua entrata in quel convento, per disposizione dei superiori, dovette lasciarlo, sistemandosi in un’abitazione, dove trascorse gli ultimi nove anni della sua vita, assistita amorevolmente dalla sorella Angelina e da alcune pie donne.
Non possedeva quasi nulla e il lavoro al tombolo che faceva da tutta la vita, nei limiti delle sue possibilità fisiche, era appena sufficiente al sostentamento della sorella; lei invece i pochi grammi di cibo che mangiava, li rimetteva subito dopo.
Era un miracolo vivente, non aveva l’aspetto di una moribonda ma nemmeno di una persona sana, eppure non stava mai inoperosa. La sua giornata iniziava all’alba, quando arrivava il sacerdote a benedirla e celebrare la Messa (era un privilegio accordato da papa Leone XIII e confermato dal suo successore s. Pio X nel 1907).
Poi seguivano due ore di ringraziamento e preghiera e alle otto prendeva a ricamare; a mezzogiorno c’era il frugale pasto, come detto il più delle volte rimesso; nel pomeriggio vi erano alcune ore di lavoro, poi veniva recitato il Rosario e alle otto di sera iniziava a scrivere il suo diario e circa a mezzanotte si addormentava, per ritrovarsi al mattino di nuovo rigida, rannicchiata con la testa piegata a destra; sempre in preda a questo stranissimo fenomeno inspiegabile.
Dopo quindici giorni di malattia (l’unica clinicamente accertata) Luisa Piccarreta morì a Corato il 4 marzo 1947, nonostante tutto a 81 anni. Morì all’alba prima del risveglio, per cui rimase seduta sul letto nella posizione avuta per tutta la vita e pertanto non fu possibile stenderla e venne portata al cimitero in quella posizione.
I funerali videro la partecipazione di una immensa folla, dopo pochi anni i suoi resti furono traslati dal locale cimitero, nella parrocchia di Santa Maria Greca.
Con l’approvazione della Santa Sede del 28 marzo 1994, l’arcivescovo di Trani – Barletta – Bisceglie, mons. Cassati, aprì il processo diocesano per la sua beatificazione.
Il 29 ottobre 2005, con una solenne cerimonia nella Chiesa Matrice di Corato, l’Arcivescovo di Trani, Mons. Giovanni Battista Pichierri, ha concluso la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio, trasmettendo gli atti al competente dicastero della Santa Sede per il prosieguo dell’iter canonico.

Benefici che si ottengono dalla meditazione della Passione  di Nostro Signore Gesu Cristo  negli scritti della
Serva di Dio Luisa Piccarreta

 

Nostro Signore stesso ci ha insegnato innumerevoli volte attraverso i tempi, per mezzo di tutti i suoi santi, di tante anime privilegiate, dello stesso Magistero della Chiesa e, naturalmente, anche per mezzo degli scritti di Luisa, “La Piccola Figlia della Divina Volontà”, la trascendente importanza che ha il meditare sulla sua Passione, e non solo di meditarla, ma il vivere interiormente, intensamente e continuamente tutto ciò che Gesù stesso volle soffrire per amore di ciascuno di noi.

La Passione di Cristo è una delle fonti più vantaggiose che procura e facilita l’unione più intima con nostro Signore e ci traccia un cammino sicuro verso la santità, come ci ricorda la Sacra Scrittura: “Siate santi, perché io sono santo” (Lv 11, 44). Quindi, la meditazione sulla Passione di Gesù è stato uno dei temi preferiti per molti santi durante tutto il corso di tutta la storia della Chiesa. Anche il secondo libro più letto dopo la Bibbia sottolinea:

“Il monaco che si addestra con intensa devozione sulla vita santissima e sulla Passione del Signore, vi troverà in abbondanza tutto ciò che gli può essere utile e necessario; e non dovrà cercare nulla di meglio, fuor di Gesù” (Tommaso da Kempen. L’imitazione di Cristo.)

Ci riferisce San Luigi Maria Grignon de Montfort nel libro Il segreto ammirabile del Santo Rosario:

« Sant’Agostino assicura che non vi è esercizio tanto fruttuoso e utile per la salvezza quanto il pensare di frequente alle sofferenze di Nostro Signore.

Il beato Alberto Magno, maestro di san Tommaso, seppe per rivelazione che il semplice ricordo ossia la meditazione della passione di Gesù è più meritoria per il cristiano che digiunare a pane ed acqua ogni venerdì per un intero anno o disciplinarsi a sangue ogni settimana o recitare ogni giorno il Salterio. »

Ecco ciò che Sant’Alfonso Maria de’ Liguori ci dice sulla Passione di Cristo:

Il tempo dopo la venuta di Gesù Cristo non è più tempo di timore, ma tempo d’amore, poiché si è veduto un Dio morire per noi. Nell’antica legge, prima che il Verbo s’incarnasse, potea l’uomo dubitare se Dio l’amasse con tenero amore, ma dopo averlo veduto morire dissanguato e vilipeso su d’un patibolo infame, non possiamo più dubitare ch’egli ci ami con tutta la tenerezza. E chi mai potrà arrivare a comprendere qual eccesso d’amore sia stato mai questo del Figlio di Dio, di voler egli pagar la pena de’ peccati nostri?

Chi potrà poi amare altr’oggetto che Gesù, vedendolo morire fra tanti dolori e disprezzi, affine di cattivarsi il nostro amore? Un divoto solitario pregava Dio ad insegnargli che cosa potesse fare per amarlo perfettamente; gli rivelò il Signore che per giungere al suo perfetto amore non vi era esercizio più atto che meditare spesso la sua Passione.

  1. Teresa si lagnava d’alcuni libri che le avevano insegnato a lasciar di meditare la Passione di Gesù Cristo, perché poteva ciò esser d’impedimento alla contemplazione della Divinità; onde poi la santa esclamava: “O Signore dell’anima mia, o Ben mio Gesù crocifisso, non mi ricordo mai di questa opinione, che non mi sembri d’aver fatto un gran tradimento. Ed è possibile che voi, Signore, mi aveste ad essere impedimento a maggior bene? E donde mi vennero tutti i beni, se non da voi?”

Perciò l’Apostolo dicea ch’egli non volea saper altro che Gesù e Gesù crocifisso, cioè l’amore ch’esso ci ha dimostrato sulla croce: (I Cor. II, 2).

Un giorno S. Tommaso d’Aquino visitando S. Bonaventura gli dimandò di qual libro più si fosse servito per registrar tante belle dottrine ch’egli avea scritte. S. Bonaventura gli dimostrò l’immagine del Crocifisso, tutta annerita per tanti baci che l’avea dati, dicendo: “Ecco il mio libro, da cui ricavo tutto ciò che scrivo; egli mi ha insegnato tutto quel poco che ho saputo.”

 

Gesù riceve grande consolazione nel vedere rifatto in nell’anima ciò che la sua Umanità fece tanti secoli innanzi; qualunque cosa che Lui determinò che ciascuna anima facesse, fu fatta prima nella sua Umanità, e se l’anima corrisponde, ciò che Lui fece per essa l’anima lo rifà di nuovo in sé stessa.
Vol. 6, 5 giugno 1905

« Figlia mia, le croci, le mortificazioni, sono altrettante fonti battesimali, e qualunque specie di croce che va intinta nel pensiero della mia Passione, vi perde la metà dell’asprezza, e vi diminuisce la metà del peso …

Qual non è la mia consolazione nel vedere rifatto in te ciò che la mia Umanità fece tanti secoli innanzi, perché qualunque cosa che Io determinai che ciascuna anima facesse, fu fatta prima nella mia Umanità, e se l’anima mi corrisponde, ciò che Io feci per essa lo rifà di nuovo in sé stessa, se poi no, resta fatto solo in Me stesso, ed Io ne provo un’amarezza inesprimibile. »

 

Chi va ruminando sempre la Passione di Gesú fa che sì che Lui si senta come rinfrancato da tutto ciò che soffrí nel corso della sua passione, e schiodandolo dalla croce lo fa risorgere nel suo cuore. E Gesù, ogniqualvolta che l’anima fa ciò, le da una nuova vita di grazia.

Vol. 7, 9 novembre 1906

Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando alla passione di Nostro Signore, e mentre ciò facevo è venuto e mi ha detto:

« Figlia mia, è tanto gradito chi va ruminando sempre la mia passione, e ne sente dispiacere e mi compatisce, che mi sento come rinfrancato da tutto ciò che soffrii nel corso della mia passione, e l’anima, ruminandola sempre, viene ad apprestare un cibo continuo, e in questo cibo ci sono tanti diversi condimenti e sapori che formano diversi effetti.

Sicché se nel corso della mia passione mi diedero funi e catene per legarmi, l’anima mi scioglie e mi dà la libertà; quelli mi disprezzarono, mi sputarono e disonoravano, essa mi apprezza, mi pulisce da quei sputi e mi onora; quelli mi spogliarono e mi flagellarono, essa mi risana e mi veste; quelli mi coronarono di spine trattandomi da re di burla, mi amareggiarono la bocca di fiele e mi crocifissero, l’anima ruminando tutte le mie pene, mi corona di gloria e mi onora per suo re, mi riempie la bocca di dolcezza dandomi il cibo più squisito qual’é la memoria delle mie stesse opere, e schiodandomi dalla croce mi fa risorgere nel suo cuore, dandole Io per ricompensa, ogniqualvolta che fa ciò, una nuova vita di grazia, sicché essa è il mio cibo, ed Io mi faccio suo cibo continuo. Onde la cosa che più mi piace è il ruminare sempre la mia passione. »

 

Maria Santissima a forza di ripetere il pensiero della Passione di suo Figlio Gesù si riempì tutta di Dio. Così pure succede all’anima a forza di ripetere ciò che Gesù soffrii.

Vol. 11, 24 marzo 1913

« Figlia mia, alla mia cara Mamma mai sfuggì il pensiero della mia Passione, e a forza di ripeterla si riempì tutta, tutta di Me. Così succede all’anima, a forza di ripetere ciò che Io soffrii, viene a riempirsi di Me. »

 

“L’anima ad ogni pensiero della mia Passione, compatimento, riparazione, ecc., che fa, non fa altro che attingere luce dalla mia Umanità ed abbellirsi alla mia somiglianza.”

Vol. 11, 23 aprile 1916

« Figlia mia, ogni pena che soffrii, ogni goccia di sangue, ogni piaga, preghiera, parola, azione, passo, ecc., produsse una luce nella mia Umanità, da abbellirmi in modo da tenere rapiti tutti i beati.

Ora, l’anima ad ogni pensiero della mia Passione, compatimento, riparazione, ecc., che fa, non fa altro che attingere luce dalla mia Umanità ed abbellirsi alla mia somiglianza, sicché un pensiero di più alla mia Passione, sarà una luce di più che le porterà un gaudio eterno. »

 

“Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono, ma la creatura disprezza la medicina e non si cura dei rimedi, e perciò si vede che con tutta la mia Redenzione, lo stato dell’uomo perire come affettato da una tisi incurabile”.

Vol. 13, 21 ottobre 1921

Stavo pensando alla Passione del mio dolce Gesù, onde nel venire mi ha detto:

« Figlia mia, ogniqualvolta l’anima pensa alla mia Passione, si ricorda di ciò che ho sofferto o mi compatisce, si rinnova in lei l’applicazione delle mie pene, il mio sangue sorge per inondarla e le mie piaghe si mettono in via per sanarla se è piagata, o per abbellirla se è sana, e tutti i miei meriti per arricchirla.

Il traffico che fa è sorprendente, è come se mettesse al banco tutto ciò che feci e soffrii, e ne riscuote il doppio, perché tutto ciò che feci e soffrii sta in continuo atto di darsi all’uomo, come il sole sta in continuo atto di dar luce e calore alla terra; il mio operato non è soggetto ad esaurimento, solo che l’anima lo voglia, e quante volte lo vuole riceve il frutto della mia Vita, sicché, se si ricorda venti, cento, mille volte della mia Passione, tante volte di più goderà gli effetti di essa; ma quanti sono pochi quelli che ne fanno tesoro! Con tutto il bene della mia Passione si veggono anime deboli, cieche, sorde, mute, zoppe, cadaveri viventi che fanno schifo perché la mia Passione è messa in oblio. Le mie pene, le mie piaghe, il mio sangue, sono fortezza che toglie le debolezze, luce che dà vista ai ciechi, lingua che scioglie le lingue ed apre l’udito, via che raddrizza i zoppi, vita che risorge i cadaveri.

Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono, ma la creatura disprezza la medicina e non si cura dei rimedi, e perciò si vede che con tutta la mia Redenzione, lo stato dell’uomo perire come affettato da una tisi incurabile. Ma quello che più mi addolora è vedere persone religiose che si affaticano per fare acquisto di dottrine, di speculazioni, di storie, e della mia Passione nulla, sicché la mia Passione molte volte è sbandita dalle chiese, dalla bocca dei sacerdoti, sicché il loro parlare è senza luce, ed i popoli restano più digiuni di prima. »

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